RACCONTI FOTOGRAFICI

RACCONTI FOTOGRAFICI – FERDINANDO SCIANNA

 

Attraverso la narrazione di Ferdinando Scianna in Visti & Scritti ripercorriamo la storia di alcune delle sue fotografie, le quali ritraggono personalità di spicco del mondo dell’arte.

Renato Guttuso, Palermo 1973

Di Renato Guttuso, a Bagheria, la cittadina in cui entrambi siamo nati, ho sempre sentito parlare con affetto e orgoglio: era il ragazzino che aveva fatto strada.

Da giovane, dicevano soprattutto le donne, era bellissimo. Qualche volta gli oppositori politici ironizzavano sul comunista che abitava a Palazzo del Grillo a Roma. La sua casa di Bagheria era contigua a quella dei miei nonni materni, che avevano ben conosciuto la famiglia. Veniva ricordato con ammirazione il padre di Renato, l’agrimensore Giacinto, per la sua grande eleganza. Pare che vestisse spesso di bianco e non dimenticasse mai il bastone da passeggio. Eppure, pioggia o fango che ci fosse per le strade, rientrava sempre immacolato. La madre, rimasta vedova e sola mentre Renato cercava fortuna lontano, aveva vissuto gli ultimi anni in dura miseria.

La mostra antologica che si tenne al paese nel 1962 fu un grande avvenimento popolare. Fu proprio in quella occasione che lo incontrai per la prima volta.

Ma un poco amici diventammo almeno dieci anni dopo, grazie a Sciascia. È forse l’uomo più seducente che abbia mai conosciuto. Il colore della sua voce, i racconti, l’intelligenza dei discorsi, la cultura ti travolgevano anche quando non eri d’accordo con lui. Gran pittore, io credo, anche se per negligenza ha seppellito molte splendide opere sotto grave mora di troppe cose mediocri che non aveva la forza di selezionare e distruggere.

Penso che sarà difficile, ed è un peccato, dopo che è stato tanto osannato da vivo, recuperare, ora che non c’è più, l’importante artista che è stato. Mi incantava. Ma sapevo che era un baarioto ambiguo e pieno di ombre. Dopo che tradì, per “patriottismo di partito”, la verità e l’amicizia con Sciascia, non ci siamo più rivisti.

Cesare Brandi, Pantelleria 1962

Mi ero iscritto alla Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo. Andai ad assistere alla mia prima lezione di storia dell’arte. Forse era anche la prima lezione a Palermo di Cesare Brandi, che era succeduto ad Argan. Assolutamente nulla sapevo di lui. Entrò quest’uomo dal passo nervoso e insofferente. Ci disse che avrebbe fatto un corso su Masaccio, a cominciare dall’affresco della cappella Brancacci della chiesa del Carmine a Firenze. Buio in sala.

Le immagini proiettate cominciarono a scorrere su uno schermo. Le accompagnavano raffiche di frasi in forte accento toscano. Più precisamente senese, capii dopo. Ogni frase una rivoluzione. Mai avevo sentito parlare di immagini in quel modo. La storia che si faceva necessità espressiva. La forma frutto di un tessuto complesso di relazioni che si calavano nel genio del pittore. Ogni giudizio folgorante di sapienza e di intuito. Un racconto sontuoso di metafore che produceva concetti inoppugnabili, che sembravano scaturire dal tuo stesso cervello. Una meraviglia.

Credo di essere rimasto a bocca spalancata finché, conclusa la lezione, non si riaccesero le luci e gli studenti sciamarono fuori dall’aula. Loro, non io.

Io mi avvicinai a Brandi e gli dissi: Lei è una miniera, da qui non mi muovo più. Miracolosamente lui non mi cacciò via, ma mi regalò amicizia e milioni di insegnamenti.

Alberto Burri, Roma 1964

Mi portava nel suo studio Cesare Brandi e Vittorio Rubiu. Ne parlavamo come di un grande maestro, oltre che come di un caro amico. Credo cercasse anche di scalfire le mie diffidenze paesane nei confronti dell’arte di avanguardia.

A una conferenza di Brandi sull’arte contemporanea, da me spericolatamente organizzata nel micro-circolo di cultura che animavo a Bagheria, e da lui generosamente accettata, ad un certo punto fu proiettata una diapositiva di un dipinto di Burri, un sacco, mi pare, che Brandi disse che era rovesciata. Ci furono risate, anche la mia.

Nel suo studio romano trovammo Burri che lavorava di fiamma ossidrica su grandi fogli tesi di plastica. Era cordiale e molto simpatico mi ci sono voluti anni, tuttavia per entrare, e di colpo per giunta, in occasione di una piccola mostra in una galleria milanese, in quel codice che allora mi era incomprensibile e ostico. Adesso amo molto la pittura di Burri.

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