IL FOTOGRAFO DELLA CITTÀ

GABRIELE BASILICO: IL FOTOGRAFO DELLA CITTÀ

Cosa significa fotografare la città?

Lo sa bene Gabriele Basilico, forse il più famoso fotografo di paesaggi urbani del XXI secolo.

«La città è come un corpo che respira e si trasforma, muta con il passare del tempo.»

 

Fotografare la città significa compiere delle scelte tipologiche, basate su canoni estetici, storici o affettivi.

L’obiettivo ultimo è quello di riuscire a creare una connessione, un dialogo diretto tra i luoghi del passato, con quelli del presente, restituendo così un “nuovo” significato al luogo .

E come?

Attraverso un’osservazione attenta e meditativa della realtà, il fotografo è chiamato ad indagare il passato che si cela nel presente, cercando, attraverso l’obiettivo, di far emergere tutti quei particolari, quei segni, quelle cicatrici che ad occhio nudo ci sfuggono.

Gabriele Basilico il fotografo della città

Cifra stilistica delle fotografie di Basilico è quella di instaurare un rapporto privilegiato e intimo con la storia.

La sua attenzione è rivolta alla memoria e ai tratti somatici della città.

'Cerco di creare un dialogo con il luogo: io lo esploro, lui mi rimanda delle cose'
Gabriele Basilico

Le trasformazioni subite dalle città sono manifestazione di un fenomeno sociale ed estetico che ha portato all’evoluzione dei luoghi ed insieme ad una coesistenza di realtà diverse. È proprio questa convivenza di “architetture colte” e di “architetture ordinarie” che definisce la città contemporanea descritta da Gabriele Basilico.

Gabriele Basilico racconta Beirut

Uno dei suoi lavori più significati risale al 1991 quando fu coinvolto dalla scrittrice libanese Dominique Eddè per un progetto di documentazione fotografica dell’area centrale della città di Beirut.

In questo caso la fotografia era strumento per la ricostruzione di una memoria storica del luogo.

lo stesso Basilico ricorda:
Ricordo di essere arrivato di notte, una notte molto chiara. La città non era illuminata, e gli edifici sembravano fantasmi. Si sentiva solamente il rumore dei generatori elettrici. Lo spazio era percepibile ma non la materia. L’atmosfera era molto pesante e affascinante. Il giorno successivo ho cominciato a fare dei sopralluoghi. Si trattava di cercare le chiavi per istaurare un rapporto personale e affettivo con il luogo, un dialogo più umano possibile. Volevo famigliarizzare, smettere di considerare la città come una grande ferita aperta o come una reliquia. Sul piano emotivo volevo combattere il sentimento di dolore di fronte a una città la cui bellezza era tanto impressionante quanto la sua distruzione.



Non fu un lavoro facile, Beriut come qualsiasi città ferita ed oltraggiata meritava rispetto e attenzione.

Basilico ricorda che fu necessario prendersi del tempo per metabolizzare, a livello emotivo, tutte le sensazioni ricevute da quei luoghi.

Poi, all’improvviso qualcosa cambiò. Subentrò un silenzio metafisico e tutta l’angoscia e l’esitazione sparirono e iniziò la fase dell’agire, del prendere le misure e decidere cosa fotografare.


Leave a comment

All comments are moderated before being published